Nell'ottantesimo compleanno della nostra Repubblica apriamo la nostra newsletter con il saluto e Edgard Morin, "un titano del pensiero" - come scrive Francesco Bellusci - che "ha attraversato quasi un intero secolo, il Novecento": "se si guarda attentamente, Morin è radicato in una tradizione profonda della filosofia francese. Di quella filosofia che ha sempre difeso la libertà umana da ogni scientismo, da ogni determinismo, che ha posto una trincea intorno allo spazio autonomo umano non per renderlo etereo, ma per tenerlo aperto all’improbabile, alla novità, alla discontinuità, alla speranza: la tradizione rappresentata, con toni e accenti diversi, da Bergson, da Bachelard, da Sartre, dal Foucault degli ultimi corsi al Collège de France". Il 28 maggio 1974, in Piazza della Loggia a Brescia, durante una manifestazione contro il terrorismo neofascista, esplode una bomba nascosta in un cestino portarifiuti: muoiono otto persone e più di cento sono i feriti. Silvia Mazzucchelli scrive di Fotografi nella strage. Brescia 28 maggio 1974: "le forme non rappresentano, ma cedono, mostrano il momento in cui il significato si disfa, il carattere “lacerato” dell’immagine traumatica, che non organizza il reale in una forma compiuta, ma ne conserva la sopravvivenza frammentaria. In questo senso, la fotografia della strage non produce un’icona unitaria dell’evento, bensì un campo di resti, di forme spezzate, di elementi che continuano a testimoniare proprio attraverso la loro incapacità di ricomporsi". Veronica Vituzzi in occasione del centenario della nascita di Marilyn Monroe, nata il primo giugno 1926: "Marilyn avrebbe potuto frenarsi, vivere di rendita, di fama e della propria bellezza sovrannaturale, dei pettegolezzi sui giornali e dei ruoli da stellina sexy ciclicamente offerti.Ma andò avanti come poteva, a tentoni, cercando nel lavoro quel senso di sé che indagava anche nella vita privata... In fondo qual è il tratto più straordinario di tutta la sua vicenda, cosa è sopravvissuto fino ad oggi, a cento anni dalla sua nascita, di lei, del suo nome, del suo volto? Che tutti noi possiamo concordare sul fatto che questa persona possedesse un’anima". Infine Claudio Franzoni e il mito di Meleagro in mostra alla Fondazione Rovati di Milano. Quanto siamo in grado di padroneggiare l'universo del corpo e della sua gestualità? "Nella scena centrale del sarcofago non era in gioco tanto la narrazione, quanto l’immedesimazione con il dolore di una morte mitica in cui si rispecchiava una morte reale. Le donne attorno a Meleagro sono corpi squassati da una sofferenza ingovernabile: per loro non c’è “spazio del pensiero”, ma l’impulso a riversare un urto emotivo nei movimenti corporei. Come le parole latine da cui derivano, anche le nostre 'commozione' ed 'emozione' conservano l’immediata coincidenza di movimenti e stati d’animo. Alle donne del bassorilievo non è consentita l’azione (il “gesto”), ma una reazione senza controllo". Buona lettura. |
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